Emozioni dei figli: solitudine e rifiuto

Le emozioni dei figli sono qualcosa di misterioso per molti genitori. Ne conosco molti che si aspettano che i propri figli siano già capaci di intendere le più fini sottigliezze emotive.



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Ne conosco altri poi, o forse le due categorie si sovrappongono spesso, che attribuiscono ai propri figli poteri manipolatori e furbizie decisamente fuori dalla loro portata evolutiva.

I bambini sono esseri che crescono in continuo, e con loro le loro emozioni. Se ti sei trovato in una delle due tipologie di genitore di cui sopra, sappi che le emozioni dei nostri figli sono molto semplici all’inizio: il figlio vuole attaccamento, appartenere, esplorare e ridere.

Ecco cosa non sopporta un bambino: di essere lasciato solo e di sentirsi negato, proprio dall’oggetto del suo più grande amore, noi genitori. Oggi parliamo di solitudine e rifiuto, due emozioni che fanno male ai nostri bambini.

Cosa ci fanno capire loro?

I piccolissimi ce lo fanno sapere urlando appena si svegliano in una stanza e non percepiscono la presenza di mamma o nessun altro adulto di riferimento. I più grandicelli vogliono restare attaccati alle gambe di mamma o della persona famigliare al suo fianco in quel momento, soprattutto quando vogliono una coccola, quando sono stanchi e quando sono stati per tanto tempo fuori dal nucleo famigliare, per esempio dopo scuola. Fino all’adolescenza, in cui il figlio ricerca solitudine in casa (anche se necessita sempre di un appoggio, più emotivo e mentale che fisico però), i nostri bambini (cresciuti) vogliono sentirsi parte del gruppo, prima noi e poi gli amici.

Cosa dice la Positive Discipline?

La Positive Discipline, alla base di studi psicologici del suo fondatore Rudolf Dreikus, ci insegna che due sono i sentimenti che i nostri bambini vogliono avere soddisfatti. In inglese suonano meglio: belonging & significance. Cioè appartenenza e essere riconosciuti. Lo stesso Dreikurs nei suoi testi base ci insegna che se queste due emozioni dei figli non vengono soddisfatte, loro si comportano “male”.

Sta al genitore attento e accorto a sapere che il figlio si ribella, si chiude in sé, fa i capricci, aggredisce proprio perché vede mancare la sua terra sotto i piedi: il fatto di appartenere (a te, a noi) e di essere riconosciuto (come essere distinto e parte del gruppo famigliare, voi).

Ecco cosa è dannoso allora:


1. Lasciare un figlio da solo per troppo tempo. Anche fosse in salotto o nella sua stanzetta a giocare per molte ore (non dico per mezz’oretta che promuove indipendenza e altre sane capacità). Non fargli la festa quando lo rivedi dopo la scuola. L’antidoto? Dargli la tua attenzione e il tuo amore, farti vedere ogni tanto in stanza e sistemare due cose, fargli una domanda e coinvolgerlo. Fare almeno una attività al giorno insieme (parlare per i più grandicelli, disegnare o giocare per i più piccini). Se sei distante per lavoro, fatti vivo: per telefono, Skype, canzoncine registrate sul registratore di whatsup di mamma (o papà) emoticons su skype, foto, disegni, video chiamate… Anche se distante, tuo figlio saprà che ci sei: che lo riconosci e che lui (o lei) appartiene a… voi.

2. Ignorare le sue emozioni e le sue obiezioni (o ribellioni)… è questo il “rifiuto” di cui parlo. Non il rifiuto della caramella o del gioco. Queste sono delusioni necessarie alla crecita. Io parlo di rifiuto di lui o lei come bambino. L’antidoto? Anche se siete in disaccordo, tu genitore dovresti sempre accogliere la sua emozione o reazione emotiva a un fatto. Riconoscendola e poi suggerendo un comportamento corretto non lo lasci da solo, ma lo aiuti ad accettare ogni emozione, anche le più “negative”, a capirle e a veicolarle.

Per riassumere questo articolo, potrei suggerire a tutti noi genitori di a) non pretentere mai di essere perfetti, b) di amare sinceramente i nostri figli, senza pensare a doppi giochi, malignità da parte loro, c) pensarla come ci suggerisce la Positive Discipline: CONNECTION BEFORE CORRECTION, cioè connettiamoci prima di correggere. rispettiamo le emozioni dei nostri figli e aiutiamoli a riconoscerle e a gestirle.

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