4 atteggiamenti educativi da evitare e i loro antidoti

Nella Positive Discipline, i vari atteggiamenti educativi del genitore si mantengono in perfetto equilibro tra dolcezza e fermezza, indissolubilmente intrecciate insieme, con semplicità e replicabili degli strumenti educativi, in un rapporto di osservazione e ascolto dei figli, con chiarezza dei messaggi e amore donato incondizionatamente.



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Nel suo libro Intelligenza emotiva per un figlio, il famoso psicologo John Gottman, parla di 4 cavalieri dell’Apocalisse, 4 atteggiamenti educativi che sono da evitare e avvisa i genitori che potrebbero danneggiare l’armonia emozionale dei loro figli. Qui vediamo i 4 atteggiamenti educavi dannosi in luce piennellistica (Vedi Programmazione neurolinguistica), cioè analizziamo gli esempi stando attenti al linguaggio e ai suoi effetti sulle emozioni dei bambini.

Vediamo in dettaglio questi 4 atteggiamenti educativi da evitare:

1. Le critiche


Alcuni genitori spesso usano le critiche per motivare… Pensano che criticare motivi i loro figli a fare meglio. Lo psicologo John Gottman, in realtà, ci insegna che le critiche vengono prese dal figlio come riflesso per ciò che lui è e che c’è qualcosa di sbagliato in lui.

Al contrario, i genitori dovrebbero essere le prime persone a vedere il meglio nei bambini, a motivarli evidenziando ciò che di buono fanno in ogni loro gesto: un atto generoso nei confronti del fratello o della sorella, una nuova abilità appresa, il fatto di aver ascoltato una indicazione al primo richiamo. Esempi dannosi di critica sono quando il genitore attibuisce un’etichetta negativa al figlio.

Ad esempio: “Sei così maldestro”, oppure quando il genitore generalizza in negativo un errore: “Possibile che non mi ascolti mai e fai sempre di testa tua!”, e anche quando il genitore utilizza il sarcasmo (di cui più volte ho parlato in questo blog) incomprensibile al bambino, ad esempio: “Ma sì, bravo! Continua pure a bagnare il pavimento del bagno che tanto alla mamma piace tanto pulire!”

L’antidoto? Usare le affermazioni: “Vedo che hai bagnato il pavimento del bagno, per favore asciugalo con questo straccio grazie”. Definire un comportamento e mai una persona: “Hai fatto un gesto un po’ maldestro, cosa potevi fare invece?” con una bella domanda coinvolgente. Usare affermazioni in positivo: “Amore, preferisco quando mi ascolti subito e non devo ripetere le cose, grazie”.

2. Il disprezzo


Ancor peggio delle critiche, il disprezzo è fra gli atteggiamenti educativi più dannosi. L’insulto è disprezzo, ecco due esempi comuni: “Sei uno stupido”, “Bambino incapace”… Dal punto di vista della PNL (Programmazione neurolinguistica), si tratta di definizioni molto dannose perché si attaccano all’identità come la muffa al gorgonzola. Difficile da pulire.

L’antidoto a questo atteggiamento da evitare è vecchio come la Bibbia: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, che noi qui traduciamo come “tratta tuo figlio con lo stesso rispetto che vuoi che lui riservi a te”.

3. Mettersi sulla difensiva




Se abbiamo torto, diciamolo. È troppo facile per noi genitori girare la frittata a nostro favore, loro sono piccoli e noi la sappiamo troppo lunga.

Mettersi sulla difensiva è uno tra gli atteggiamenti educativi più subdoli e – allo stesso tempo – umani che esistano. Restare sulla difensiva, ci suggerisce Gottman, rischia di inviare il seguente messaggio al bambino: “Il problema non sono io, sei tu”. Esistono molte sfumature per questo subdolo atteggiamento e tutti noi genitori lo usiamo, chi poco, chi quasi sempre. “Se non facevi così, io non facevo cosà”: se tuo figlio fosse un esperto linguista o avesse studiato la PNL, ribatterebbe con la seguente domanda: Ma papà, ma mamma, chi ti dice che a questa mia azione deve per forza corrispondere quella tua reazione?

In pratica, preché se nostro figlio allaga il bagno ci sentiamo costretti a urlare come dei forsennati? Be’, a nostra difesa, voglio dire che mantenere la calma, dopo la ventesima volta in una settimana (letteralmente) non è facile! E che il nostro cervello tende a riprendere funzionamenti arcaici in questi frangenti: leggi qui un mio articolo a riguardo.

La perfezione non esiste, atteggiamenti educativi migliori sì!

L’antidoto? Riflettici su prima. Cosa posso fare la prossima volta che mio figlio fa quella cosa? Come posso sentirmi? Cosa voglio dire? Come voglio prenderla guardando la situazione con una prospettiva diversa?
Queste sono tutte domande che in Programmazione Neurolinguistica (PNL) sono consigliate per trovare soluzioni in modo costruttivo. E poi, naturalmente, la sera, insieme al bacino della buona notte, ci sta una bella richiesta di scuse per il nostro comportamento esagerato: “Scusami amore, non volevo perdere così tanto le staffe oggi”.

4. Infine, l’ostruzionismo,


…ma attenzione! Per definizione, l’ostruzionismo è quell’azione per cui si tende con cavilli e pignolerie a ostacolare una determinata attività o linea di condotta.

Attuato con i figli significa ostacolare in tutto e per tutto la discussione, la negoziazione, il dialogo. Anche qui, esistono diverse sfumature. Niente allarmismi amici genitori, lungi da me. Esistono frasi che dette con il tono giusto possono andare bene. In PNL ci insegnano che molto spesso la voce conta più delle parole stesse.

Ma immaginati un tono duro, ci arrabbiamo e una frase del tipo: “Ho detto no. Senza discussioni” se ne esce, rivolta a un adolescente! Disastro. A questa età i giovani adulti possono discutere, possono parlare e argomentare le loro richieste. È un vero peccato negar loro la possibilità di migliorare in dialettica.

Ai bambini, una frase detta con tono dolce e fermo, del tipo “Amore, quando dico no è no. Dai, andiamo a mettere il pigiama adesso” non ha nulla di male.

L’antidoto qui è: una pausa. Se si tratta di una discussione con un preadolescente o adolescente, allora potrà comprendere che ci prendiamo una mezz’oretta per pensarci. Se si tratta di un bambino piccolo e sentiamo di scoppiare (come ho scritto nel mio libro Il linguaggio emotivo dei bambini), io voto per il Time out dei grandi. Si tratta di una pausa di mezzo minuto per tirare qualche sospiro e ritornare a “ragionare” con la parte frontale del cervello e non più scoppiare con la parte limbica.






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